L'influenza degli altri
La relazione educativa il rapporto che si crea all'interno del processo formativo tra docenti e alievi.
Innanzitutto non è una semplice interazione sociale occasionale, ma nasce da un'interazione sociale stabile perchè gli insegnanti e gli studenti si incontrano con cadenza frequente.
In secondo luogo, come ogni relazione sociale, anche la relazione educativa esercitata un'influenza sociale.
La società impone modelli di comportamento ai quali i singoli individui devono confrontarsi.
Per tutte le scienze umane la costruzione dell'individuo richiede relazioni sociali. Una relazione sociale si basa sulla comunicazione verbale e non verbale.
Teoria psicoanalitica
Secondo la psicoanalisi la classe è il campo di un incontro/scontro di forze inconsce. La psicoanalisi invita a interpretare tali sintomi e a ricercare le cause profonde che ne sono all'origine, senza trascurare la storia personale di un bambino o adolescente.
La psicoanalisi aiuta a chiarire la ricchezza della relazione educativa. Per esempio mettere in luce i fenomenidi transfert, con i quali, a scuola, i ragazzi proiettano sull'insegnamento le dinamiche del rapporto con i genitori.
Nella scola, come in molti altri ambiti della vita è possibileche si manifestano fenomeni di proiezione: quando qualcosa, all'interno della nostra psiche, è avvertito come pericoloso, viene inconsapevolmente proiettato all'esterno. L'immagine di sé si costruisce attraverso un lungo percorso, a partire dalle figure di riferimento.
La teoria umanistica
La psicologia umanistica prende in esame il comportamento del docente e i suoi effetti sull'alunno.
Il principale esponente Carl Rogers, ha elaborato una forma di psicoterapia basata sul rapporto di parità, un inseganmento, per risultare efficace e significativo, deve essere flessibile e cativa: l'alunno.
Una pratica didattica ispirata alla teoria umanistca richiedere tre atteggiamenti-chiave:
- Autenticità o congruenza
- Considerazione positiva incondizionata
- Comprensione empatica
L'educazione deve insegnare a imparare, cioè fornire gli strumenti metodologici necessari per usare consapevolmente le conoscenze.
Il coinvolgimento sarà indispensabile per il successo scolastico.
La relazione educativa ha il compito di favorire la metacognizione, ossia l'autovalutazione dei risultati conseguiti.
Di conseguenza muta profondamente la figura dell'educatore, il cui fuolo non sarà quello di trasmettere le conseguenze, ma facilitare l'apprendimento.
La teoria sistemica
La psicologia sistemica analizza la relazione educativa partendo da due presupposti: il mondo psichico è un sistema, ossia una totalità nella quale il mutamento di una parte influenza tutte le altre.
Secondo Paul Wazlawick (1921-2007), per spiegare un singolo fenomeno occorre prendere in considerazione tutto il suo contesto.
- L'educatore, nel contesto della classe, deve favorire la riorganizzazione interna ogni volta che un nuovo elemento turba l'equilibro.
- Nel gruppo deve individuare le persone-chiave, il cui mutamento rende possibile il mutamento collettivo.
- Ogni volta cheun problema viene risolto, si crea un nuovo tipo di stabilità dinamica.
Sulla base di queste considerazioni l'approccio sistemico sottolinea come le abilità razionali dell'educatore siano strutture interazionali, perchè l'educatore deve essere capace di interagire nel modo opportuno. Inoltre deve controllare il circolo comunicativo.
Nella scuola che vorrei sia va a scuola cinque volte alla settimana con un rientro e le materie ben bilanciate nella settimana così da dare agli studenti tempo per organizarsi nei pomeriggi e nel weekend. I professori non danno troppi compiti, li danno da una settimana all'altra e come nella teoria psicoanalista; non fanno troppe interrogazioni alla settimana e massimo una verifica ogni due giorni.
Per i materiali, invece, non si porteranno ne libri ne quaderni e si lavora sui Tablet e come nella teoria umanistica si cerca di facilitare l'apprendimento e anche per non causare problemi di schiena agli studenti, delle sedie più comode e dei banchi separabili.
I professori che sappiamo tenere l'attenzione dell'alunno senza sfociare in discorsi che non centrano con l'argomento; non devono essere ne troppo severi e nemmeno troppo gentili.
Non ci sono bidelli e gli studenti della classe faranno a turno per pulire e metterea posto la classe cosìcchè sia sempre pulita il giorno seguente.
Si vedono così le prime riunioni degli insegnanti, durante le quali
vecchi e nuovi professori si salutano. Il compito (un autoritratto), che
il professore di lettere assegna ai ragazzi con il quale li stimola a
parlare di se stessi e a spiegare che cosa invece non vogliono dire e
perché; le burrascose manifestazioni di identità etnica mostrate dai
ragazzi di origine straniera, legate in particolare alle partite delle
nazionali di calcio; l'inserimento di un ragazzo espulso da un'altra
scuola per motivi disciplinari; la timidezza di Wei, un ragazzo di
origine cinese alle prese con difficoltà linguistiche e problemi di
permesso di soggiorno dei genitori; il litigio di Khoumba con la sua
migliore amica, Esmeralda, che la rende svogliata e arrogante nei
confronti degli insegnanti, e la loro successiva riappacificazione; il
consiglio disciplinare che espelle Souleymane, ragazzo di talento, ma
poco dotato di autocontrollo, che reagisce male quando viene a sapere
che in consiglio di classe non ha avuto l'appoggio del professore di
lettere (notizia non vera derivante da un equivoco provocato da due
alunne, le rappresentanti di classe).
Perciò quest'ultimo, al di la della conoscenza della disciplina che insegna, deve aver acquisito una serie di competenze di carattere psicologico, pedagogico, didattico e sociale grazie alle quali potrà capire la personalità e le esigenze degli allievi, valutare l'ambiente in cui si colloca la scuola, predisporre un insegnamento efficace.
Una storia ambientata nella "Città di Dio, favelas nella periferia di
rio de janeiro. Racconta la storia di Buscapé, aspirante giornalista che
vuole uscire dalla favelas e vivere lontano dalla criminalità e dalla
violenza. Ma quella di Buscapé é solo una delle varie storie raccontate.
Ze pequeno, Bené, Galinha sono solo alcuni dei personaggi. Tutta la
storia é raccontata con un'inquietante realismo, che mostra come la
violenza, la droga sono la normalità nelle favelas. L'intreccio é chiaro
e scorrevole, e non confonde, anzi, mostra tutte le sfaccettature dei
personaggi che abitano la città di Dio.
Quello che infatti Fernando Meirelles ha fatto é stato limitarsi a
raccontare, mostrando senza mezzi termini quello che accade nelle
periferie di rio de janeiro.
Le prime scuole della storia sorgono nell'antica Mesopotamia alla metà del terzo millennio a.C. Inizialmente, nella società sumero-babilonese l'istruzione viene impartita nei templi riservata a chi deve rivestire ruolo religioso e politico. Esiste quindi uno stretto legame tra potere politico, religione, istruzione e cultura.
Questa corrente filosofico-religiosa nasche dall'insegnamento di Lao Tzu. Il Taoismo predica il ritorno a una esistenza "naturale" che, rinnega la cultura "corruttrice", ritrovi un' armonia con tutto il cosmo. Gli insegnamenti di Lao
Le testimonianze più antiche di una qualche forma di educazione provenienti da quest’area sono i miti. In particolare sono giunti fno a noi due poemi, la cuiversione fnale risale al VII secolo a.C.: l’Iliade e l’Odissea.
I poemi sono grandi narrazioni di personaggi eroici. Si presentano quindi come una forma di intrattenimento, ma al loro interno contengono informazioni sugli dei, l’origine del mondo, la navigazione, le tattiche di guerra ecc.
L’Iliade e l’Odissea sono attribuite a un cantore cieco: Omero. In realtà, non si sa molto di questo personaggio e se ne mette in dubbio la reale esistenza. Probabilmente, Omero non ha fatto altro che raccogliere e unifcare leggende precedenti difuse nell’area greca. Omero ha goduto di una fama enorme nel mondo greco (tanto che il flosofo ateniese Platone lo considera il primo grande educatore).
Nei poemi omerici compare il concetto di areté. Questo termine signifca la virtù, non esclusivamente nel senso di virtù morale (essere buoni, giusti ecc.), ma nel senso di capacità o abilità. Esistono quindi varie areté. L’Iliade racconta l’assedio della città di Troia, in Asia Minore (l’attuale Turchia),a opera degli Achei: qui ci troviamo di fronte all’areté guerriera. Gli eroi sonoesempi, modelli educativi di virtù belliche: inseguono onore e fama.
L’Odissea narra invece delle peregrinazioni attraverso il Mediterraneo di Ulisse (l’astuto e valoroso combattente che ha escogitato lo stratagemma del cavallo di legno per espugnare la città di Troia). Ulisse, con i propri compagni, si trova in situazioni difcili che richiedono, oltre al coraggio e alla forza, una buona dose di astuzia e intelligenza. Si può dire che in quest’ opera prevalga l’areté intellettuale. La funzione educativa di questi poemi è quella di presentare esempi di virtù da seguire. In questo sta il loro carattere pedagogico, favorito dall’aspetto artistico-letterario che predispone favorevolmente l’ascoltatore o il lettore dei poemi.
Esiodo e l’areté del mondo contadino
Accanto a Omero va ricordato Esiodo (VIII-VII sec. a.C.), il poeta più antico della Grecia continentale e il primo del quale si abbiano notizie storiche attendibili. Per un periodo è stata negata una vera unità alle sue opere più famose, la Teogonia e le Opere e i giorni, considerate soltanto un “assemblaggio di poesie”.
Oggi si accetta la loro unità fondamentale e l’attribuzione a un solo poeta.
Nella Teogonia, un poema in 1022 versi forse incompiuto, Esiodo, dopo aver brevemente parlato dell’origine dell’universo, elenca le generazioni degli dèi (questo il signifcato del titolo) corrispondenti ai tre periodi della storia del mondo: Urano, Crono, Zeus. Esiodo si è forse servito come fonte dello stesso Omero, di cosmogonie e teogonie più antiche, che però dovevano essere soltanto elenchi.
Le Opere e i giorni sono un poema di 828 versi, più unitario della Teogonia.
Nelle Opere vengono afrontati i due concetti fondamentali del lavoro e della giustizia, esposti ricorrendo al mito di Prometeo (punito per aver rubato il fuoco agli déi) e a quello delle cinque età degli uomini (età dell’oro, dell’argento, del bronzo, degli eroi, del ferro): oltre alle esortazioni al lavoro e alla giustizia sono presenti consigli di morale e di economia; seguono i precetti sui lavori agricoli e sulla navigazione e infne i consigli per il matrimonio e i rapporti con gli amici.
L’areté descritta da Esiodo è dunque quella del mondo contadino greco delle origini.
Sparta e l’educazione del soldato
I due “tipi” di areté (militare-eroica e intellettuale), che abbiamo individuato nei poemi omerici, sono alla base rispettivamente dei modelli pedagogici di due poleis, cioè “città”, greche, che si sono fronteggiate nel mondo classico: Sparta e Atene. Le due città (o meglio, città-stato, perché dominano il territorio circo- stante) incarnano due modelli politici diversi. Sparta è una monarchia (piuttosto particolare, perché i re sono due e non hanno funzioni di governo, mentre il vero potere è nelle mani dei cinque efori e di un’assemblea chiamata gherusìa), mentre Atene è una democrazia (termine da usare con cautela, perché solo una piccola parte della popolazione può in realtà partecipare alla vita politica). In accordo con la loro organizzazione politica, elaborano due modelli diversi di educazione.
Sparta conosce il suo maggior splendore nel VII-VI sec. a.C. Questa polis ha un’organizzazione di carattere militare. La società spartana è divisa in tre classi: degli spartiati, i cui membri godono di pieni diritti politici e possono dedicarsi all’attività militare e alla guerra, ma non possono svolgere alcun’altra attività; i perièci, uomini liberi, artigiani e commercianti, ai quali è permesso avere proprietà, ma sono privi di diritti politici, in quanto non sono considerati cittadini.
L’altra classe spartana è quella degli ilòti, schiavi senza alcun diritto, che in genere sono contadini.
Il cittadino vive per la difesa della propria città e l’ educazione ha lo scopo di formare dei bravi soldati. In questa polis prevale infatti l’ideale dell'areté eroica.
È lo Stato a curare la formazione dei ragazzi, che dovranno diventare soldati coraggiosi, rispettosi della gerarchia militare e obbedienti allo Stato.
A Sparta la formazione è scandita in questo modo, per i bambini che hanno superato la “selezione” iniziale (i neonati malformati vengono infatti soppressi gettati dal monte Taigeto):
• in famiglia dalla nascita fno ai 7 anni d’età;
• dai sette anni in poi lo Stato sottrae i fgli maschi alle famiglie, inserendoli infratellanze, gruppi che cambiano per fasce d’età: fanciulli (7-11 anni); ragazzi(12-15 anni); éirenes o efebi (16-20): si tratta di scuole militari;
• a 20 anni i giovani fanno ingresso nell’età adulta.L’istruzione mira prevalentemente all’
irrobustimento del corpo e all’addestramento militare. I giovani, divisi in sotto-gruppi, fanno capo a un paidónomos,letteralmente, “colui che detta legge al fanciullo”, un magistrato che cura appunto la formazione militare.
Nel periodo dell’efebato, in particolare, i giovani vengono sottoposti a dure prove di resistenza fsica. Tra queste, come ci informa Plutarco nella Vita di Licurgo (mitico legislatore di Sparta vissuto probabilmente tra IX-VIII sec. a.C.), c’è quella di “rubare” legna o erbaggi negli orti: chi viene scoperto è punito a staflate, non perché abbia rubato, ma perché si è fatto scoprire. L’efebo di vent’anni ha però la soddisfazione di guidare gruppi composti da allievi più giovani.I maschi spartani all’età di 18-20 anni devono superare difcili prove di adat-tamento e mostrare abilità militari e di comando.
Musica, marcia, ginnastica sono gli insegnamenti principali e le maggiori attenzioni sono dedicate allo sviluppo delle doti fsiche. Anche l’apprendimento della lettura ha una fnalità militare: i giovani devono imparare soprattutto gli inni di guerra. La società spartana attribuisce una scarsa importanza alla cultura. Per questa ragione, retano pochi documenti relativi all’educazione spartana e si tratta soprattutto diracconti posteriori (come quello di Plutarco).
A Sparta anche le ragazze vanno a scuola all’età di 6-7 anni, entrando in sorellanze. Forse ricevono un’educazione molto simile a quella dei maschi, sotto-poste a dure prove: lo scopo è di temprare i loro corpi afnché partoriscano figli forti. Da questo punto di vista, Sparta costituisce un’eccezione rispetto al resto del mondo greco, sia per l’educazione femminile sia per la stessa condizione delle donne, che godono di maggiore libertà.
Atene e l’educazione del cittadino
Ad Atene si impone un modello educativo coerente con le istituzioni democratiche che si sono sviluppate e diverso da quello spartano. Sull’esempio delle città ioniche (la Ionia era una regione dell’Asia Minore, popolata da Greci, nella quale è nata la flosofa intorno al VII-VI sec. a.C.), ad Atene prevale il principio della Dike, della giustizia: la polis non è fondata sulla forza, ma sulla legge. L’ areté adAtene coincide dunque con una vita condotta secondo giustizia. È Solone, legislatore vissuto tra il VII e il VI sec. a.C., a proporre questo ideale anche attraverso i suoi testi poetici: anzi, egli a Dike, la giustizia, sostituisce Eunomia, la
buona legge, che egli stesso ha contribuito a introdurre ad Atene. L’areté è intesa comevirtù civica: una forma di rispetto e dedizione verso lo Stato e le leggi, conside-rati beni superiori da conservare con ogni sforzo.
Atene, che nel periodo della sua massima estensione arriva a contare fino atrecentomila abitanti, ha esigenze diverse da quelle puramente militari. I cittadini ateniesi maschi adulti (una piccola fetta di quei trecentomila, perché a parte i cittadini maschi, le donne e i bambini, ad Atene vi erano moltissimi schiavi estranieri) partecipano alla vita politica. Quindi vengono coltivate, oltre all’educazione fsica e alla musica, come a Sparta, anche la lettura e la scrittura. La scuola è però per lo più privata.
Le figure educative della scuola ateniese sono diverse:
• grammatístes, insegnante di grammatica e letteratura;
• kitharístes, maestro di musica;
• paidotríbes, l’istruttore di ginnastica, che nella palestra prepara all’attività sportiva (lotta, corsa, salto, lancio del giavellotto ecc.); dal IV sec. a.C. lo sport viene praticato nei gymnásia gestiti dallo Stato. I ragazzi vengono accompagnati a scuola da uno schiavo, il pedagogo, letteralmente “colui che guida il fanciullo”, mentre le ragazze restano in casa, a diferenza di quanto avviene a Sparta.
Il ciclo formativo ateniese si articola in diverse fasi:
• formazione in famiglia fno ai 7 anni;
• dai 7 anni fno ai 14 i maschi vanno a una scuola elementare di quartiere o a una scuola privata;
• dopo le elementari alcuni ragazzi seguono corsi di studio superiori per quattro anni;
• al compimento dei diciotto anni di età avviene l’ingresso nella scuola militare, dove si resta fno ai venti anni. Ad Atene inoltre sono attivi altri tipi di insegnamento, come quello dei sofsti e di Platone che prenderemo in considerazione nei paragraf successivi. La formazione culturale ad Atene ha quindi come obiettivo il buon cittadino. Potremmo anche riassumere la diferenza tra le due città, dicendo che se a Sparta prevale l’addestramento, ad Atene si impone l’educazione.
Socrate: la forza del dialogo
L’Atene classica, lo sviluppo della democrazia e l’insegnamento dei sofsti sono il contesto in cui agisce una delle fgure fondamentali per lo sviluppo non solo della
pedagogia, ma di tutto il pensiero occidentale: Socrate.
A diferenza dei sofsti, Socrate non è un maestro delle arti del discorso, anche se ne fa uso. I sofsti sono “professionisti della formazione”, mentre Socrate dedica la sua vita alla flosofa: ai suoi allievi non trasmette un insegnamento tecnico, ma morale, per il quale non chiede un compenso.
Socrate insegna ai suoi interlocutori che molte loro convinzioni sono solo opinioni infondate e li induce alla continua
ricerca della verità, un’attività che non deve mai cessare. Egli stesso è impegnato in questa ricerca, perché l’unica certezza che possiede è quella della propria ignoranza: “io so di non sapere”. La strategia adottata da Socrate è complessa e assume l’aspetto di un vero e proprio
metodo.
Attraverso il dialogo, sottopone gli interlocutori a un complesso gioco di domande e risposte, mettendo alla prova le loro convinzioni. Egli pone la domanda: cos’è...? (ti estì, in greco), e cerca la risposta nel concetto, cioè nella defnizione della cosa esaminata: che cos’è il coraggio? che cos’è la santità? ecc. Sotto i colpi delle obiezioni di Socrate, le tesi degli avversari crollano, perché si rivelano contraddittorie. Questa confutazione apre la strada a un’autentica ricerca della verità.
Ma come approdare alla verità? Socrate induce chi dialoga con lui a fornire egli stesso una risposta alla domanda iniziale. Questo aspetto del metodo socratico è chiamato maieutica, un termine che in greco indica l’arte della levatrice. Socrate infatti paragona la propria attività a quella di sua madre, che era una levatrice (l’equivalente antico dell’ostetrica): come la madre aiuta le donne a partorire corpi, così Socrate aiuta le menti a partorire idee. Ma il pensatore ateniese non possiede quella verità che induce a cercare. Egli si proclama ignorante, con un atteggiamento che viene defnito ironia socratica: l’ironia sta proprio nel proclamarsi “ignorante” da parte di Socrate e nel considerare l’interlocutore “sapiente”, per poi “smascherarlo”.
Metodo e scopi distinguono profondamente Socrate dai sofsti.
• A Socrate non interessa la retorica, come arte della persuasione, ma piuttosto la dialettica, come serrato dialogo, una pratica argomentativa guidata dalla ragione.
• Socrate vorrebbe approdare alla defnizione dei concetti di bene e giustizia,ponendosi quindi un problema morale (mentre ai sofsti interessa insegnare uno strumento per ottenere il successo).
• Per Socrate la virtù non è insegnabile dall’esterno, ma viene appresa attraverso una ricerca interiore.
Proprio per questa valorizzazione della ricerca interiore, Socrate è considerato lo scopritore dell’anima come coscienza: l’uomo è la propria anima (psychè) e l’anima è la sede dell’attività pensante e dell’attività morale (mentre nella tradizione omerica era un “sofo vitale”). I veri valori, per Socrate, non sono i beni esteriori, come ricchezza, fama o bellezza; i valori da coltivare sono quelli dell’anima, e in primo luogo la conoscenza: è in questo modo che l’essere umano ottiene la libertà e la felicità.
Secondo Socrate infatti tutti gli uomini agiscono in vista della felicità, compiendo ciò che ritengono essere il bene, ma spesso per ignoranza scelgono il male al posto del bene. Perciò è necessario sapere veramente che cosa sia il bene. Chi conosce davvero il bene, sa che conviene praticarlo, perché trarrà vantaggio dal comportamento virtuoso. Socrate è convinto che sia inevitabile compiere il bene una volta che si sappia che cosa è. La posizione di Socrate prende il nome di ottimismo etico, ed è stata ritenuta intellettualistica, perché, appunto, si afda alla ragione e alla conoscenza, e sui presunti benefci immediati che ne dovrebbero conseguire (mentre sottovaluta il peso delle passioni e dell’abitudine). Socrate inaugura la grande stagione flosofca ateniese che proseguirà con Platone (suo allievo) Aristotele. Ma oltre che il primo dei grandi flosof greci, Socrate è anche uno dei più grandi educatori: il dialogo socratico rimane ancora un punto di riferimento per la pedagogia di tutti i tempi e un esempio signifcativo di relazione educativa che concepisce l’allievo come soggetto attivo del processo formativo.
delle
immagini rifesse nell’acqua, fnché tutto gli appare più chiaro e può alzare lo sguardo addirittura al sole che tutto illumina.
Lo schiavo, identifcabile con Socrate non si accontenta di tenere per sé la scoperta fatta, ma rientra nella caverna per portare la verità agli altri schiavi .
viene inizialmente deriso da chi non crede a una realtà diversa da
quella fno allora contemplata, e infne ucciso. Il mito illustra bene il
presupposto di fondo di tutta la flosofa di Platone, l’unione tra
conoscenza, educazione e politica.
La critica ai sofsti accomuna a Platone un’altra personalità culturale dell’Atene classica, Isocrate (436-338 a.C.). Il programma culturale di Isocrate è però molto diverso anche da quello di Platone tant’è che egli intorno al 390 a.C. apre ad Atene una propria scuola in esplicita concorrenza con l’Accademia platonica.
Rispetto a Socrate e a Platone, Isocrate rinuncia a una rifondazione del sapere ritenendo che non sia possibile raggiungere una verità assoluta (un concetto condiviso dal pensiero sofsta). Egli persegue un ideale culturale ed educativo meno elevato, ma proprio per questo più accessibile alla maggior parte degli uomini. Così si spiega l’infuenza esercitata da Isocrate su tutta la posteriore pedagogia greca e romana: nei secoli successivi ogni riforire della cultura classica troverà in Isocrate un punto di riferimento, al punto che egli verrà considerato il “padre dell’Umanesimo”. Le sue orazioni sono rimaste per molto tempo un modello scolastico per lo stile oratorio.
Come i sofsti, Isocrate intende insegnare le tecniche oratorie, ma a diferenza di questi attraverso l’arte oratoria si propone di formare autentiche personalità, caratterizzate sia da valori morali sia da un’ampia erudizione.
In questo modo, anch’egli vuole arginare la crisi della polis, puntando alla formazione di un uomo di Stato che sia una persona colta e onesta: politica, oratoria ed etica sono strettamente congiunte. Su questo si soferma la sua opera Nicocle, mentre nell’Antídosis, composto nel 354 a.C., illustra e difende la propria attività didattica, a quarant’anni dalla fondazione della sua scuola.
La scuola di Isocrate (una scuola superiore a pagamento aperta a tutti) è basata su un preciso programma. Dedicata alla formazione dell’oratore, essa prevede un curricolo di quattro anni durante i quali viene fornita una preparazione enciclopedica, che comprende diversi campi del sapere e al cui centro si colloca l’arte della retorica. Per l’insegnamento di questa disciplina sono fondamentali lo studio degli aspetti linguistico-grammaticali e l’imitazione: si commentano orazioni dello stesso Isocrate. Vengono coltivate anche la matematica e la dialettica come basi per la retorica.
Nella formazione generale ha una grande importanza lo studio della storia e la capacità di trarre insegnamento dall’esperienza diretta.
Il valore accordato all’esperienza fa del modello educativo di Isocrate un’anti-cipazione della pedagogia moderna e contemporanea.
L’educazione come “fatto sociale”
Come per i Greci del periodo classico (e soprattutto gli Ateniesi), anche per i Romani la vita sociale e politica è estremamente intensa. A seconda della loro condizione, i cittadini romani godono di diritti politici, partecipano alle assemblee, rivestono cariche pubbliche, scendono in guerra. Inoltre fanno parte di associazioni sorte per i più diversi motivi: un lavoro comune, il culto dedicato alla medesima divinità, il tifo per la stessa squadra di aurighi ecc.
Anche l’educazione è per i Romani un fatto sociale, che integra gli individui nella vita della città: quindi essa ha un intento civico. Il cittadino romano, infatti, deve sapersi comportare di fronte alla collettività in un modo adeguato: tutto, il modo di parlare, di camminare, di vestirsi, di arredare la casa e ricevere ospiti risponde a certe regole. Cicerone, per esempio, suggerisce al fglio Marco di essere sempre gradevole con gli altri per essere accolto in società (De Ofciis 1, 34-35).
Pur condividendo la medesima preoccupazione per la formazione del cittadino, l’educazione e la cultura romana hanno un intento più pratico e meno speculativo-flosofco rispetto al mondo greco, come si comprende dai termini usati per indicare le fasi dell’educazione. I Greci, infatti, già per l’educazione dei fanciulli parlano di paidéia, che indica un’ampia e complessiva formazione culturale. I Romani, invece, usano il termine educatio per indicare la prima formazione
fnalizzata allo sviluppo delle attitudini fsiche, morali e intellettuali, mentre la formazione culturale vera e propria è rimandata agli anni successivi. È il termine humanitas, preferito da Cicerone, a corrispondere al greco paidéia, con il signifcato di un’educazione rafnata, fondata su valori morali.
Sebbene Atene e Roma abbiano in comune un’intensa vita sociale e politica, le diferenze sono consistenti e possono essere ricondotte alla diversa realtà economica. Mentre in una città come Atene sono sviluppate le attività artigianali e mercantili, l’economia romana ha inizialmente soprattutto un carattere agricolo e la sua società è dominata da un’aristocrazia di proprietari terrieri. Non sappiamo molto dell’educazione romana delle origini e le informazioni che disponiamo derivano da scrittori posteriori, come Catone, Varrone, Virgilio.
In questa società delle origini predominano i valori della casa e della famiglia. L’educazione non richiede ancora un contesto specializzato, come la scuola, come accade ad Atene, ma avviene all’interno stesso della famiglia o al di fuori sulla base dell’esempio degli adulti e della trasmissione orale.
La trasmissione di valori è fondamentale. Il sentimento a cui si viene educati è quello della pietas in quanto rispetto per i genitori, gli avi, la patria e le divinità, perché in un mondo contadino anche la religione è componente fondamentale per l’identità di un gruppo. A questi valori, si aggiungono il legame con la propria terra, la dedizione al lavoro, la moderazione, il rispetto della legge e della tradizione. Sono valori più vicini all’areté di Esiodo (VIII-VII sec. a.C.), cantore del mondo contadino greco, che a quella guerriera di Omero.
Questo insieme di valori costituisce il mos maiorum, l’esempio che vienedagli antenati. E l’esempio è un elemento fondamentale dell’educazione che avviene in famiglia. La prima educatrice è la madre, anche se la donna, nella società romana è giuridicamente inferiore all’uomo e assoggettata all’autorità del marito. In caso di aiuto, la madre può ricorrere a una parente anziana, ma non a una schiava, come invece accade nel mondo greco.
Compiuti i sette anni, il bambino passa sotto la guida del padre, il pater familias, e non di un servo che funge da maestro. L’educatore è il genitore. Attraverso l’esempio fornito dal padre, il fglio impara il necessario per amministrare un’azienda agricola e partecipare alla vita pubblica frequentando il foro. Anche la prima alfabetizzazione, insieme a nozioni di agronomia e di diritto viene fornita dal padre, mentre del tutto assente è l’educazione artistico-letteraria (che invece nel mondo greco è già impartita ai ragazzi di questa età).
I giovani praticano l’educazione fsica allo scopo di irrobustirsi ed esercitarsi per la guerra.
A quattordici anni il maschio smette la “toga praetexta”, orlata di rosso e propria dell’infanzia, e indossa, nel corso di una cerimonia, la “toga libera” o “virile”, completamente bianca, acquisendo il diritto di sedere in senato per perfezionare la propria formazione politica seguendo i dibattiti dei senatori più anziani: per un anno quindi si dedica al tirocinium fori nella vita pubblica e, una volta assolto anche il servizio militare, può cominciare la carriera politica. In questo percorso viene seguito da una persona di fducia legata al padre da un legame di amicizia.
Dal 451 a.C. il punto di riferimento dell’educazione romana è rappresentato dalle Dodici tavole, lastre di bronzo esposte nel foro contenenti le leggi fondamentali della città. Esse riassumono i valori propri del mos maiorum:
• rispetto assoluto della tradizione;
• pietas, cioè l’osservanza di regole sia etiche sia religiose tramandate dalle ori-gini;
• rigore morale;
• obbedienza alla legge, basata sulla patria potestas, il potere del padre.
Tutto ciò non riguarda invece la fglia femmina, che resta in casa per imparare a svolgere, sotto la tutela della madre, i lavori domestici.
Catone e la difesa della tradizione contro la crisi repubblicana
I cambiamenti economici successivi alla seconda guerra punica (218-202 a.C.) inducono profonde modifche nella società romana: ora non è più l’agricoltura l’unica fonte di sostentamento e Roma diventa una potenza marittima e commerciale. Alla ribalta della società si afacciano nuovi ceti che non condividono più i vecchi valori incentrati sulla tradizione, come l’austerità e la legalità. Nuove ricchezze e corruzione mettono in crisi la fedeltà alla repubblica. Le stesse correnti di pensiero ellenistiche non pongono più lo Stato e la collettività al centro, ma l’uomo nella sua individualità.
Dal III sec. a.C., con la graduale espansione di Roma e un maggiore impegno in una politica che supera i confni nazionali, cambia anche l’educazione dell’età repubblicana. Le famiglie ricche afdano sempre più i propri fgli a un servo o a un liberto istruito, il pedagogus. L’educazione acquista quel carattere letterario che manterrà anche in età imperiale.
Anche l’educazione femminile risente di questi cambiamenti: le ragazze delle famiglie più elevate vengono afdate a un pedagogus per studiare, sempre in casa, canto e danza e imparare a dipingere. In età precoce, però, si sposano, passando dall’autorità del padre a quella del marito.
Tuttavia, una parte della società romana si mostra ostile a questi cambiamenti e all’infuenza greca.
È questa la posizione di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), divenuto console nel 194 a.C. Per le critiche che muove alla società viene chiamato il CensoreRoma, il censore deve giudicare gli atteggiamenti non adeguati al mos maiorum).
Nella difesa dell’educazione tradizionale, Catone contrasta la tendenza che va difondendosi di afdare i giovani a precettori greci. Egli esorta a recuperare la vecchia tradizione che vede nel padre l’educatore naturale dei propri fgli e così educa personalmente il proprio fglio (anche nelle abilità tecniche e nel combattimento, ci informa Plutarco), raccogliendo nei Libri ad flium Marcum i suoi insegnamenti di agricoltura, medicina e retorica.
Catone valorizza l’ oratoria come virtù civica, ma solo in stretto legame con etica e politica. L’oratore deve essere infatti un “vir bonus dicendi peritus” (“uomo giusto, esperto nel parlare”).
La retorica non deve essere coltivata come un’arte fne a se stessa, ma deve essere uno strumento di cui il pensiero deve servirsi (“rem tene, verba sequentur”, se conosci l’argomento, le parole seguiranno spontaneamente, dice Catone).
Al mondo rurale e ai suoi ideali, Catone dedica un’altra opera, il De agricultura, nella quale contrappone il lavoro dei campi all’attività mercantile: l’oratore e il contadino potranno rendere di nuovo grande Roma.
La storia va però in un’altra direzione e le raccomandazioni di Catone, che ha gli occhi rivolti al passato e non al futuro, rimarranno inascoltate.
Per i materiali, invece, non si porteranno ne libri ne quaderni e si lavora sui Tablet e come nella teoria umanistica si cerca di facilitare l'apprendimento e anche per non causare problemi di schiena agli studenti, delle sedie più comode e dei banchi separabili.I professori che sappiamo tenere l'attenzione dell'alunno senza sfociare in discorsi che non centrano con l'argomento; non devono essere ne troppo severi e nemmeno troppo gentili.
Non ci sono bidelli e gli studenti della classe faranno a turno per pulire e metterea posto la classe cosìcchè sia sempre pulita il giorno seguente.
La classe
Il film, spaccato simil-documentaristico di un anno scolastico
all'interno della classe, non ha un vero e proprio intreccio, ma
piuttosto segue lo sviluppo di alcune situazioni che si creano durante
le lezioni.
Si vedono così le prime riunioni degli insegnanti, durante le quali
vecchi e nuovi professori si salutano. Il compito (un autoritratto), che
il professore di lettere assegna ai ragazzi con il quale li stimola a
parlare di se stessi e a spiegare che cosa invece non vogliono dire e
perché; le burrascose manifestazioni di identità etnica mostrate dai
ragazzi di origine straniera, legate in particolare alle partite delle
nazionali di calcio; l'inserimento di un ragazzo espulso da un'altra
scuola per motivi disciplinari; la timidezza di Wei, un ragazzo di
origine cinese alle prese con difficoltà linguistiche e problemi di
permesso di soggiorno dei genitori; il litigio di Khoumba con la sua
migliore amica, Esmeralda, che la rende svogliata e arrogante nei
confronti degli insegnanti, e la loro successiva riappacificazione; il
consiglio disciplinare che espelle Souleymane, ragazzo di talento, ma
poco dotato di autocontrollo, che reagisce male quando viene a sapere
che in consiglio di classe non ha avuto l'appoggio del professore di
lettere (notizia non vera derivante da un equivoco provocato da due
alunne, le rappresentanti di classe).
In generale, si vede lo svolgimento di lezioni durante le quali i
ragazzi, in modo chiassoso e in un linguaggio piuttosto colorito, fanno
domande, esprimono opinioni anche singolari, dibattono tra loro o
semplicemente disturbano, e il professore cerca di coinvolgerli e di
spiegar loro l'importanza della lingua e della letteratura, spesso
mettendosi al loro livello, cercando di entrare nelle loro logiche e
prendendo in prestito a volte il loro vocabolario, fatto quest'ultimo
che rischia di metterlo in situazioni imbarazzanti .
La comunicazione è innanzitutto una trasmissione di informazioni tra un mitttente (l'insegnante) e un ricevente (l'allievo). Data la didattica di questa comunicazione, però, il messaggio deve essere trasmesso in modo efficace, tenendo conto che la comunicazione non è un processo unidirezzionale, ma segue una dinamica circolare nella quale mittente e ricevente si scambiano i ruoli: lo studente (ricevente) che ascolta l'insegnante (mittente) reagisce con domande, cenni del capo, espressioni del viso e diventa a sua volta mittente di un messaggio che il docente riceve,
La comunicazione nell'attività educativa
Le teorie considerate nella lezione precedente ci consentono di definire i tratti essenziali dell'attività educativa a scuola, che si presenta come uno scambio comunicativo attraverso un dialogo.
La comunicazione è innanzitutto una trasmissione di informazioni tra un mitttente (l'insegnante) e un ricevente (l'allievo). Data la didattica di questa comunicazione, però, il messaggio deve essere trasmesso in modo efficace, tenendo conto che la comunicazione non è un processo unidirezzionale, ma segue una dinamica circolare nella quale mittente e ricevente si scambiano i ruoli: lo studente (ricevente) che ascolta l'insegnante (mittente) reagisce con domande, cenni del capo, espressioni del viso e diventa a sua volta mittente di un messaggio che il docente riceve,
Per evitare che la comunicazione sia disturbata, ossia che il messaggio originario venga alterato nella percezione del destinatario, è opportuna la metacomunicazione esplicita: il ricevente dichiara di aver ricevuto e compreso il messaggio permettendone, se necessario, una riformulazione. Nell'attività educativa e l'insegnante a sollecitare la metacomunicazione, usando per esempio una delle funzioni del linguaggio analizzate da Roman Jacobson, la funzione metallurgica, che consiste nel verificare se il codice adottato viene inteso correttamente dal ricevente.
È particolarmente importante che l'insegnante o educatore, in quanto adulto ''facilitatore'' del processo di insegnamento-apprendimento verifichi le modalità e l'efficacia della propria comunicazione.
Per capire meglio il dialogo educativo, introduciamo due termini della sociologia: status e ruolo. Il primo indica la posizione che una persona occupa nella società; il secondo il comportamento di chi occupa quella posizione.
Sebbene, sul piano istituzionale, la scuola preveda una differenziazione di status, e l'allievo stesso si aspetti dall'insegnante un comportamento conoscono allo status che riveste, tuttavia allo status che attribuisce oggi uno status che attribuisce un potere si sostituisce oggi uno status che proviene dall'indicazione una direzione: l'insegnante è una guida in vista della realizzazione di un compito collettivo.
L'insegnante e il gruppo classe
Il dialogo educativo tra l'insegnante e l'allievo è condizionata da molti fattori. Innanzitutto l'immagine che l'allievo ha elaborato dell'insegnante incide sul suo comportamento.
Un ragazzo, infatti, è molto sensibile al giudizio del gruppo dei pari, in questo caso il gruppo classe, al punto da modificare i propri comportamenti sulla base di tale opinione.
A seconda di tale come sia complessivamente valutato uno studente finisce per avere un ruolo diverso all'interno del gruppo classe. Lo psicologo francese Marcel Postic basandosi su numerosi studi, rileva che i gruppi classe è caratterizzato da:
- un gruppo di bambini o adolescenti;
- un solo adulto (l'insegnante);
- rapporti costanti;
- presenza obbligatoria e finalizzata a uno scopo (istruirsi);
- ambiente funzionale e attrezzato (la classe).
Da queste considerazioni il sociologo statunitense Talcott Parson ha tratto la conclusione che esistono due tipi di gruppo classe: il gruppo che accetta le regole del gioco quindi persegue il persegue il prestigio derivante dal successo scolastico e il gruppo che sviluppa un orientamento egocentrico centrato sul comportamento dei coetanei.
Oggi si ritiene che la situazione sia più complessa e che l'allievo subisca varie influenze: alcune sono compatibili e generano un conflitto di ruoli che si traduce in comportamento.
Il dialogo educativo dipende da fattori esterni, ma anche dal modo in cui l'insegnamento vive il proprio ruolo. Secondo lo psicologo tedesco Kurt Lewin esistono tre tipologie di stili relazionali:
- guida dominante, che decide tutto e lascia poco spazio al bambino; questo stile ha il vantaggio di ottenere nell'immediato l'esecuzione di compiti, ma inibisce autonomia e spontanea;
- guida antiautoritaria (lascitiva), che rinuncia al controllo puntando sull'autonomia del bambino, ma privandolo di punti di riferimento;
- guida autorevole (democratica), che prende le decisioni insieme agli allievi, rendendoli autonomi e responsabili e restando un punto di riferimento
Le competenze dell'educatore
Lo sviluppo cognitivo e i processi emotivi del bambino sono intimamente connessi all'attività didattica e agli stessi processi emotivi dell'insegnante.
Perciò quest'ultimo, al di la della conoscenza della disciplina che insegna, deve aver acquisito una serie di competenze di carattere psicologico, pedagogico, didattico e sociale grazie alle quali potrà capire la personalità e le esigenze degli allievi, valutare l'ambiente in cui si colloca la scuola, predisporre un insegnamento efficace.
A volte può capitare che in classe si crei una situazione di doppio legame, quando a uno o più allievi l'insegnante lancia due messaggi contraddittori tra loro.
Se è vero che l'alunno può avere problemi all'interno della scuola, il disagio può però toccare anche lo stesso docente: si tratta del cosidetto burn-out, cioè il sovraccarico emotivo che colpisce chi, per mestiere deve prendersi cura degli altri e a un certo punto non si sente più adeguato o addirittura non più motivato.
Innanzitutto motivazioni e abitudini entrano a far parte di una particolare competenza chiamata imparare a imparare, a cui oggi non solo la scuola ma l'intera società attribuisce grande importanza.
In secondo luogo le motivazioni e le attribuzioni sono una componente dell'apprendimento di cui lo studente e il docente devono essere consapevoli e che si affianca ad altre, gli stili cognitivi e le emozioni. Tali fattori interagiscono tra di loro in modo complesso.
Il tema dell'apprendimento e del metodo di studio sono diventati di particolare importanza perchè, in una società che cambia rapidamente e nella quale l'innovazione tecnologica corre ad alta velocità.
A questo proposito molti pedagogisti dicono che alle ''teste ben piene'' sono da preferire le ''teste ben fatte'', cioè teste che hanno imparato a imparare e che possiedono un metodo di studio utile a scuola e anche nella vita.
Che cosa significa, correttamente imparare a imparare? Possiamo dire che si tratta di una competenza articolata in tre aspetti:
Le motivazioni e gli altri fattori dell'apprendimento
Innanzitutto motivazioni e abitudini entrano a far parte di una particolare competenza chiamata imparare a imparare, a cui oggi non solo la scuola ma l'intera società attribuisce grande importanza.In secondo luogo le motivazioni e le attribuzioni sono una componente dell'apprendimento di cui lo studente e il docente devono essere consapevoli e che si affianca ad altre, gli stili cognitivi e le emozioni. Tali fattori interagiscono tra di loro in modo complesso.
Imparare a imparare
Il tema dell'apprendimento e del metodo di studio sono diventati di particolare importanza perchè, in una società che cambia rapidamente e nella quale l'innovazione tecnologica corre ad alta velocità.
A questo proposito molti pedagogisti dicono che alle ''teste ben piene'' sono da preferire le ''teste ben fatte'', cioè teste che hanno imparato a imparare e che possiedono un metodo di studio utile a scuola e anche nella vita.
Che cosa significa, correttamente imparare a imparare? Possiamo dire che si tratta di una competenza articolata in tre aspetti:
- il sapere, ovvero le conoscenze;
- il saper fare, ovvero l'applicazione delle conoscenze;
- il saper essere, ovvero le convinzioni, gli atteggiamenti e le motivazioni.
In funzione di questa nuova esigenza, cambia la figura dell'insegnante che, oltre alle materie tradizinali, deve insegnare a imparare.
L'insegnante valuta lo stile di apprendimento di ciascuno studente e facilita un percorso individuale. A questo scopo, è neccessario che l'approccio dell'insegnante sia integrato, esperienzale ed esplicito. Analizzando ciascuna di queste statistiche e i loro scopi:
- integrato: collega contenuti stimolando l'allievo a passare autonomamente da un campo all'altro;
- esperienziale: procede ''per problemi e per progetti'', favorendo una riflessione sulle espressioni;
- esplicito: stimola gli studenti a raggiungere la consapevolezza di sè e di quanto stanno facendo
Gli stili cognitivi
L'apprendimento è in larga misura condizionata dallo stile cognitivo, cioè la modalità con la quale un undividuo elabora le informazioni.
Gli stili cognitivi sono facilmente riconoscibili nella pratica scolastica:
- Stile globale/analitico: tende a cogliere l'insieme e gli aspetti generali in modo sintetico, basandosi sull'intuito;
- Stile dipendente/indipendente dal campo: una capacità limitata di cogliere gli elementi indica uno stile ''dipendente dal campo''; se invece gli elementi sono colpiti bene e distinti facilmente dal contesto si parla di stile ''indipendente dal campo''
- Verbale/visuale/cinetica: chi ha una preferenza verbale impara meglio leggendo, chi ha una preferenza visiva guardando figure, diagrammi, ecc.; si parla di preferenza cinetica per chi apprende maggiormente dall'esperienza diretta
- Convergente/divergente: una persona dallo stile convergente affronta un problema in modo logico; una persona dallo stile divergente affronta un problema in modo creativo e autonomo
La città di dio
Una storia ambientata nella "Città di Dio, favelas nella periferia di
rio de janeiro. Racconta la storia di Buscapé, aspirante giornalista che
vuole uscire dalla favelas e vivere lontano dalla criminalità e dalla
violenza. Ma quella di Buscapé é solo una delle varie storie raccontate.
Ze pequeno, Bené, Galinha sono solo alcuni dei personaggi. Tutta la
storia é raccontata con un'inquietante realismo, che mostra come la
violenza, la droga sono la normalità nelle favelas. L'intreccio é chiaro
e scorrevole, e non confonde, anzi, mostra tutte le sfaccettature dei
personaggi che abitano la città di Dio.
Quello che infatti Fernando Meirelles ha fatto é stato limitarsi a
raccontare, mostrando senza mezzi termini quello che accade nelle
periferie di rio de janeiro.
La civiltà sumero babilonese e le prime scuole
Le prime scuole della storia sorgono nell'antica Mesopotamia alla metà del terzo millennio a.C. Inizialmente, nella società sumero-babilonese l'istruzione viene impartita nei templi riservata a chi deve rivestire ruolo religioso e politico. Esiste quindi uno stretto legame tra potere politico, religione, istruzione e cultura.
I sacerdoti mesopotamici sviuppano conoscenze di carattere matematico, medico e astronomico-astrologico. Compito delle prime forme di scrittura sembra essere stato quello di tenere il conto di movimenti di beni che ha il tempio. Sono quindi documenti amministrativi ed economici.
Nasce così la figura dello scriba. Con la comparsa di questa figura, l'educazione si sdoppia in due percorsi: una superiore per i sacerdoti e l'altra per gli scribi.
Istruzione nell'antico egitto
È intorno al 2000 a.C. che cominciarono a silupparsi in Egitto le vere scuole, le Case del Libro. Qui i ragazzi ricevono l'istruzzione primaria, che dura quattro anni, grazie alla quale apprendono la scrittura dei geroglifici, i primi elementi di aritmetica e geroglifici.Dopo questa prima istituzione, solo i figli di famiglie agiate possono proseguire gli studi, se appartenenti a nobili o alla famiglia reale studiavano nella scuola reale. Le scuole di grado più alto nell'anico egitto sono chiamate Casa della vita
Gli Ebrei: una comunità educatrice
Nel corso dei secoli si consolida presso gli Ebrei uno stretto legame tra insegnamento, funzione della cultura e comunità. Per molto tempo, almeno fino al VI secolo a.C., nelle comunità ebraiche sono attivesolo scuole superiori di Sacra Scrittura, che accolgono i destinatari al sacerdozio. In una situazione di vita comunitaria studiano i testi sacri e la religione del loro popolo. Al tempo di Esdra, sacerdote e scriba del V secolo a.C., vengono istituite le prime scuole pubbliche. L'importanza dell'istruzione primaria ha sempre caratterizzato il sistema scolastico ebraico. Il ruolo del maestro è fondamentale: essi sono chiamati a esporre con chiarezza gli argomenti ai loro allievi, dei quali devono capire la psicologia e ai quali spesso si rivolgono chiamandoli "figli", un termine che segnala un tipo di rapporto che si instaura tra loro. Alla Formazione dei maestri i rabbini, presiede l'accademia rabbinica, dove gi allievi studiarono fina al quarantesimo anno d'età per perfezionare la propria preparazione. Nell'accademia è commentata la Torah, come sono chiamati i primi cinque libri della Bibbia. Il rabbino riceve anche gli ordini sacerdotali e infatti la scuola è connessa alla sinagoga. Sono in un certo senso educatori del popolo.
Religione ed educazione in India
Due aspetti peculiari della società indiana sono la divisione in caste e l'influenza della religione. L'antica india infatti ospita due religioni, l'induismo e il buddismo.
Induismo
Un concetto fondamentale dell'induismo è la reincarnazione. Alla morte del corpo l'anima si reincarna in un altro essere vivente in un ciclo senza fine. I testi sacri dell'induismo sono i Veda e sono stati trasmessi oralmente fino all'VIII secolo d.C., l'educazione si è sviluppata fino a quel monento senza ricorrere alla scrittura col metodo mnemotico che impegna in un dialogo serrato maestri e allievi. Il percorso formativo prevede un'istituzione familiare dopo la quale l'allievo viene affidato al maestro cui deve rispetto più che al proprio stesso padre.
Buddismo
Dal VI secolo a.C. si diffonde in India un'altra religione, a opera di Siddhartha Gautama, detto Buddha, cioè il "risvegliato". Buddha, un giovane principe indiano, insegnaun percorso di purificazione, attraverso il quale l'individuo deve emanciparsi dai bisogni materiali e approdare al nirvana. In contrapposizione a quella induista, l'educazione buddhista è aperta a tutti. Nell'induismo, il rapporto allievo-maestro e la finalità religiosa. I testi di riferimento sono opere ispirate dalla predicazione del Buddha.
La Cina: sistema scolastico e le scuole filosofiche
In Cina il sistema scolastico è sviluppato e articolato. La sua funzione è infatti quella di preparare i funzionari politici. Accanto alle scuole nelle quali i nobili ricevono insegnamenti teorici e un'educazione militare, esistono anche scuole per contadini, dove uomoni e donne si recano dopo il loro lavoro nei campi. Il rapporto maestro-allievo in Cina assume particolare rilevanza nelle scuole filosofiche. La Cina conosce infatti una grande fioritura del pensiero filosofico. Il taoismo e il confucianismo
Taoismo
Questa corrente filosofico-religiosa nasche dall'insegnamento di Lao Tzu. Il Taoismo predica il ritorno a una esistenza "naturale" che, rinnega la cultura "corruttrice", ritrovi un' armonia con tutto il cosmo. Gli insegnamenti di Lao
Tzu sono tramandati nel Libro del Tao.
Confucianesimo
L'insegnamento di Confucio, trasmesso in aforismi raccolti nei Dialoghi, sostiene invece la necessità di un'ampia formazione culturale che comprenda letteratura, arte e filosofia e che stimoli la crescita morale, basta anche sull'esempio ricevuto e sulla responsabilità personale: quest'ultima è più importante delle imposizioni esercitate dallo Stato. La pedagogia confuciana si propone quindi di formare un funzionario colto.
La Grecia arcaica e i poemi di Omero
I poemi sono grandi narrazioni di personaggi eroici. Si presentano quindi come una forma di intrattenimento, ma al loro interno contengono informazioni sugli dei, l’origine del mondo, la navigazione, le tattiche di guerra ecc.
L’Iliade e l’Odissea sono attribuite a un cantore cieco: Omero. In realtà, non si sa molto di questo personaggio e se ne mette in dubbio la reale esistenza. Probabilmente, Omero non ha fatto altro che raccogliere e unifcare leggende precedenti difuse nell’area greca. Omero ha goduto di una fama enorme nel mondo greco (tanto che il flosofo ateniese Platone lo considera il primo grande educatore).
Nei poemi omerici compare il concetto di areté. Questo termine signifca la virtù, non esclusivamente nel senso di virtù morale (essere buoni, giusti ecc.), ma nel senso di capacità o abilità. Esistono quindi varie areté. L’Iliade racconta l’assedio della città di Troia, in Asia Minore (l’attuale Turchia),a opera degli Achei: qui ci troviamo di fronte all’areté guerriera. Gli eroi sonoesempi, modelli educativi di virtù belliche: inseguono onore e fama. L’Odissea narra invece delle peregrinazioni attraverso il Mediterraneo di Ulisse (l’astuto e valoroso combattente che ha escogitato lo stratagemma del cavallo di legno per espugnare la città di Troia). Ulisse, con i propri compagni, si trova in situazioni difcili che richiedono, oltre al coraggio e alla forza, una buona dose di astuzia e intelligenza. Si può dire che in quest’ opera prevalga l’areté intellettuale. La funzione educativa di questi poemi è quella di presentare esempi di virtù da seguire. In questo sta il loro carattere pedagogico, favorito dall’aspetto artistico-letterario che predispone favorevolmente l’ascoltatore o il lettore dei poemi.
Esiodo e l’areté del mondo contadino
Accanto a Omero va ricordato Esiodo (VIII-VII sec. a.C.), il poeta più antico della Grecia continentale e il primo del quale si abbiano notizie storiche attendibili. Per un periodo è stata negata una vera unità alle sue opere più famose, la Teogonia e le Opere e i giorni, considerate soltanto un “assemblaggio di poesie”.
Oggi si accetta la loro unità fondamentale e l’attribuzione a un solo poeta.
Nella Teogonia, un poema in 1022 versi forse incompiuto, Esiodo, dopo aver brevemente parlato dell’origine dell’universo, elenca le generazioni degli dèi (questo il signifcato del titolo) corrispondenti ai tre periodi della storia del mondo: Urano, Crono, Zeus. Esiodo si è forse servito come fonte dello stesso Omero, di cosmogonie e teogonie più antiche, che però dovevano essere soltanto elenchi.
Le Opere e i giorni sono un poema di 828 versi, più unitario della Teogonia.
Nelle Opere vengono afrontati i due concetti fondamentali del lavoro e della giustizia, esposti ricorrendo al mito di Prometeo (punito per aver rubato il fuoco agli déi) e a quello delle cinque età degli uomini (età dell’oro, dell’argento, del bronzo, degli eroi, del ferro): oltre alle esortazioni al lavoro e alla giustizia sono presenti consigli di morale e di economia; seguono i precetti sui lavori agricoli e sulla navigazione e infne i consigli per il matrimonio e i rapporti con gli amici.L’areté descritta da Esiodo è dunque quella del mondo contadino greco delle origini.
Sparta e l’educazione del soldato
I due “tipi” di areté (militare-eroica e intellettuale), che abbiamo individuato nei poemi omerici, sono alla base rispettivamente dei modelli pedagogici di due poleis, cioè “città”, greche, che si sono fronteggiate nel mondo classico: Sparta e Atene. Le due città (o meglio, città-stato, perché dominano il territorio circo- stante) incarnano due modelli politici diversi. Sparta è una monarchia (piuttosto particolare, perché i re sono due e non hanno funzioni di governo, mentre il vero potere è nelle mani dei cinque efori e di un’assemblea chiamata gherusìa), mentre Atene è una democrazia (termine da usare con cautela, perché solo una piccola parte della popolazione può in realtà partecipare alla vita politica). In accordo con la loro organizzazione politica, elaborano due modelli diversi di educazione.
Sparta conosce il suo maggior splendore nel VII-VI sec. a.C. Questa polis ha un’organizzazione di carattere militare. La società spartana è divisa in tre classi: degli spartiati, i cui membri godono di pieni diritti politici e possono dedicarsi all’attività militare e alla guerra, ma non possono svolgere alcun’altra attività; i perièci, uomini liberi, artigiani e commercianti, ai quali è permesso avere proprietà, ma sono privi di diritti politici, in quanto non sono considerati cittadini.
L’altra classe spartana è quella degli ilòti, schiavi senza alcun diritto, che in genere sono contadini.
Il cittadino vive per la difesa della propria città e l’ educazione ha lo scopo di formare dei bravi soldati. In questa polis prevale infatti l’ideale dell'areté eroica.
È lo Stato a curare la formazione dei ragazzi, che dovranno diventare soldati coraggiosi, rispettosi della gerarchia militare e obbedienti allo Stato.
A Sparta la formazione è scandita in questo modo, per i bambini che hanno superato la “selezione” iniziale (i neonati malformati vengono infatti soppressi gettati dal monte Taigeto):
• in famiglia dalla nascita fno ai 7 anni d’età;
• dai sette anni in poi lo Stato sottrae i fgli maschi alle famiglie, inserendoli infratellanze, gruppi che cambiano per fasce d’età: fanciulli (7-11 anni); ragazzi(12-15 anni); éirenes o efebi (16-20): si tratta di scuole militari;
• a 20 anni i giovani fanno ingresso nell’età adulta.L’istruzione mira prevalentemente all’
irrobustimento del corpo e all’addestramento militare. I giovani, divisi in sotto-gruppi, fanno capo a un paidónomos,letteralmente, “colui che detta legge al fanciullo”, un magistrato che cura appunto la formazione militare.
Nel periodo dell’efebato, in particolare, i giovani vengono sottoposti a dure prove di resistenza fsica. Tra queste, come ci informa Plutarco nella Vita di Licurgo (mitico legislatore di Sparta vissuto probabilmente tra IX-VIII sec. a.C.), c’è quella di “rubare” legna o erbaggi negli orti: chi viene scoperto è punito a staflate, non perché abbia rubato, ma perché si è fatto scoprire. L’efebo di vent’anni ha però la soddisfazione di guidare gruppi composti da allievi più giovani.I maschi spartani all’età di 18-20 anni devono superare difcili prove di adat-tamento e mostrare abilità militari e di comando.
Musica, marcia, ginnastica sono gli insegnamenti principali e le maggiori attenzioni sono dedicate allo sviluppo delle doti fsiche. Anche l’apprendimento della lettura ha una fnalità militare: i giovani devono imparare soprattutto gli inni di guerra. La società spartana attribuisce una scarsa importanza alla cultura. Per questa ragione, retano pochi documenti relativi all’educazione spartana e si tratta soprattutto diracconti posteriori (come quello di Plutarco).
A Sparta anche le ragazze vanno a scuola all’età di 6-7 anni, entrando in sorellanze. Forse ricevono un’educazione molto simile a quella dei maschi, sotto-poste a dure prove: lo scopo è di temprare i loro corpi afnché partoriscano figli forti. Da questo punto di vista, Sparta costituisce un’eccezione rispetto al resto del mondo greco, sia per l’educazione femminile sia per la stessa condizione delle donne, che godono di maggiore libertà.
Atene e l’educazione del cittadino
Ad Atene si impone un modello educativo coerente con le istituzioni democratiche che si sono sviluppate e diverso da quello spartano. Sull’esempio delle città ioniche (la Ionia era una regione dell’Asia Minore, popolata da Greci, nella quale è nata la flosofa intorno al VII-VI sec. a.C.), ad Atene prevale il principio della Dike, della giustizia: la polis non è fondata sulla forza, ma sulla legge. L’ areté adAtene coincide dunque con una vita condotta secondo giustizia. È Solone, legislatore vissuto tra il VII e il VI sec. a.C., a proporre questo ideale anche attraverso i suoi testi poetici: anzi, egli a Dike, la giustizia, sostituisce Eunomia, la
buona legge, che egli stesso ha contribuito a introdurre ad Atene. L’areté è intesa comevirtù civica: una forma di rispetto e dedizione verso lo Stato e le leggi, conside-rati beni superiori da conservare con ogni sforzo.
Atene, che nel periodo della sua massima estensione arriva a contare fino atrecentomila abitanti, ha esigenze diverse da quelle puramente militari. I cittadini ateniesi maschi adulti (una piccola fetta di quei trecentomila, perché a parte i cittadini maschi, le donne e i bambini, ad Atene vi erano moltissimi schiavi estranieri) partecipano alla vita politica. Quindi vengono coltivate, oltre all’educazione fsica e alla musica, come a Sparta, anche la lettura e la scrittura. La scuola è però per lo più privata.
Le figure educative della scuola ateniese sono diverse:
• grammatístes, insegnante di grammatica e letteratura;
• kitharístes, maestro di musica;
• paidotríbes, l’istruttore di ginnastica, che nella palestra prepara all’attività sportiva (lotta, corsa, salto, lancio del giavellotto ecc.); dal IV sec. a.C. lo sport viene praticato nei gymnásia gestiti dallo Stato. I ragazzi vengono accompagnati a scuola da uno schiavo, il pedagogo, letteralmente “colui che guida il fanciullo”, mentre le ragazze restano in casa, a diferenza di quanto avviene a Sparta.
Il ciclo formativo ateniese si articola in diverse fasi:
• formazione in famiglia fno ai 7 anni;
• dai 7 anni fno ai 14 i maschi vanno a una scuola elementare di quartiere o a una scuola privata;
• dopo le elementari alcuni ragazzi seguono corsi di studio superiori per quattro anni;
• al compimento dei diciotto anni di età avviene l’ingresso nella scuola militare, dove si resta fno ai venti anni. Ad Atene inoltre sono attivi altri tipi di insegnamento, come quello dei sofsti e di Platone che prenderemo in considerazione nei paragraf successivi. La formazione culturale ad Atene ha quindi come obiettivo il buon cittadino. Potremmo anche riassumere la diferenza tra le due città, dicendo che se a Sparta prevale l’addestramento, ad Atene si impone l’educazione.
Socrate: la forza del dialogo
L’Atene classica, lo sviluppo della democrazia e l’insegnamento dei sofsti sono il contesto in cui agisce una delle fgure fondamentali per lo sviluppo non solo della
pedagogia, ma di tutto il pensiero occidentale: Socrate.
A diferenza dei sofsti, Socrate non è un maestro delle arti del discorso, anche se ne fa uso. I sofsti sono “professionisti della formazione”, mentre Socrate dedica la sua vita alla flosofa: ai suoi allievi non trasmette un insegnamento tecnico, ma morale, per il quale non chiede un compenso.
Socrate insegna ai suoi interlocutori che molte loro convinzioni sono solo opinioni infondate e li induce alla continua
ricerca della verità, un’attività che non deve mai cessare. Egli stesso è impegnato in questa ricerca, perché l’unica certezza che possiede è quella della propria ignoranza: “io so di non sapere”. La strategia adottata da Socrate è complessa e assume l’aspetto di un vero e proprio
metodo.
Attraverso il dialogo, sottopone gli interlocutori a un complesso gioco di domande e risposte, mettendo alla prova le loro convinzioni. Egli pone la domanda: cos’è...? (ti estì, in greco), e cerca la risposta nel concetto, cioè nella defnizione della cosa esaminata: che cos’è il coraggio? che cos’è la santità? ecc. Sotto i colpi delle obiezioni di Socrate, le tesi degli avversari crollano, perché si rivelano contraddittorie. Questa confutazione apre la strada a un’autentica ricerca della verità.
Ma come approdare alla verità? Socrate induce chi dialoga con lui a fornire egli stesso una risposta alla domanda iniziale. Questo aspetto del metodo socratico è chiamato maieutica, un termine che in greco indica l’arte della levatrice. Socrate infatti paragona la propria attività a quella di sua madre, che era una levatrice (l’equivalente antico dell’ostetrica): come la madre aiuta le donne a partorire corpi, così Socrate aiuta le menti a partorire idee. Ma il pensatore ateniese non possiede quella verità che induce a cercare. Egli si proclama ignorante, con un atteggiamento che viene defnito ironia socratica: l’ironia sta proprio nel proclamarsi “ignorante” da parte di Socrate e nel considerare l’interlocutore “sapiente”, per poi “smascherarlo”.
Metodo e scopi distinguono profondamente Socrate dai sofsti.
• A Socrate non interessa la retorica, come arte della persuasione, ma piuttosto la dialettica, come serrato dialogo, una pratica argomentativa guidata dalla ragione.
• Socrate vorrebbe approdare alla defnizione dei concetti di bene e giustizia,ponendosi quindi un problema morale (mentre ai sofsti interessa insegnare uno strumento per ottenere il successo).
• Per Socrate la virtù non è insegnabile dall’esterno, ma viene appresa attraverso una ricerca interiore.
Proprio per questa valorizzazione della ricerca interiore, Socrate è considerato lo scopritore dell’anima come coscienza: l’uomo è la propria anima (psychè) e l’anima è la sede dell’attività pensante e dell’attività morale (mentre nella tradizione omerica era un “sofo vitale”). I veri valori, per Socrate, non sono i beni esteriori, come ricchezza, fama o bellezza; i valori da coltivare sono quelli dell’anima, e in primo luogo la conoscenza: è in questo modo che l’essere umano ottiene la libertà e la felicità.
Secondo Socrate infatti tutti gli uomini agiscono in vista della felicità, compiendo ciò che ritengono essere il bene, ma spesso per ignoranza scelgono il male al posto del bene. Perciò è necessario sapere veramente che cosa sia il bene. Chi conosce davvero il bene, sa che conviene praticarlo, perché trarrà vantaggio dal comportamento virtuoso. Socrate è convinto che sia inevitabile compiere il bene una volta che si sappia che cosa è. La posizione di Socrate prende il nome di ottimismo etico, ed è stata ritenuta intellettualistica, perché, appunto, si afda alla ragione e alla conoscenza, e sui presunti benefci immediati che ne dovrebbero conseguire (mentre sottovaluta il peso delle passioni e dell’abitudine). Socrate inaugura la grande stagione flosofca ateniese che proseguirà con Platone (suo allievo) Aristotele. Ma oltre che il primo dei grandi flosof greci, Socrate è anche uno dei più grandi educatori: il dialogo socratico rimane ancora un punto di riferimento per la pedagogia di tutti i tempi e un esempio signifcativo di relazione educativa che concepisce l’allievo come soggetto attivo del processo formativo.
Il mito della caverna di Platone
Il mito della caverna, raccontato nel libro VII della Repubblica. Il
flosofo greco immagina che alcuni schiavi siano incatenati fn
dall’infanzia in una caverna in modo tale da vederne solo il fondo, sul
quale sono proiettate le ombre prodotte da statuette che vengono fatte
passare alle loro spalle, al di sopra di un muretto, illuminate da un
fuoco.Dalla loro posizione, gli schiavi non vedono le statuette e credono che
le ombre siano l’unica e la vera realtà esistente. Uno schiavo, però, si
libera e riesce a vedere le statuette, fonte delle ombre; uscito dalla
caverna, può capire, quando gli occhi si sono abituati alla luce, che a
loro volta le statuette non sono la vera realtà, che è invece al di
fuori della caverna. Ma, abbagliato dalla luce, non può vedere le cose
subito: deve prima accontentarsidelle
immagini rifesse nell’acqua, fnché tutto gli appare più chiaro e può alzare lo sguardo addirittura al sole che tutto illumina.
Lo schiavo, identifcabile con Socrate non si accontenta di tenere per sé la scoperta fatta, ma rientra nella caverna per portare la verità agli altri schiavi .
viene inizialmente deriso da chi non crede a una realtà diversa da
quella fno allora contemplata, e infne ucciso. Il mito illustra bene il
presupposto di fondo di tutta la flosofa di Platone, l’unione tra
conoscenza, educazione e politica.
Isocrate:la formazione dell’oratore
La critica ai sofsti accomuna a Platone un’altra personalità culturale dell’Atene classica, Isocrate (436-338 a.C.). Il programma culturale di Isocrate è però molto diverso anche da quello di Platone tant’è che egli intorno al 390 a.C. apre ad Atene una propria scuola in esplicita concorrenza con l’Accademia platonica.
Rispetto a Socrate e a Platone, Isocrate rinuncia a una rifondazione del sapere ritenendo che non sia possibile raggiungere una verità assoluta (un concetto condiviso dal pensiero sofsta). Egli persegue un ideale culturale ed educativo meno elevato, ma proprio per questo più accessibile alla maggior parte degli uomini. Così si spiega l’infuenza esercitata da Isocrate su tutta la posteriore pedagogia greca e romana: nei secoli successivi ogni riforire della cultura classica troverà in Isocrate un punto di riferimento, al punto che egli verrà considerato il “padre dell’Umanesimo”. Le sue orazioni sono rimaste per molto tempo un modello scolastico per lo stile oratorio.
Come i sofsti, Isocrate intende insegnare le tecniche oratorie, ma a diferenza di questi attraverso l’arte oratoria si propone di formare autentiche personalità, caratterizzate sia da valori morali sia da un’ampia erudizione.
In questo modo, anch’egli vuole arginare la crisi della polis, puntando alla formazione di un uomo di Stato che sia una persona colta e onesta: politica, oratoria ed etica sono strettamente congiunte. Su questo si soferma la sua opera Nicocle, mentre nell’Antídosis, composto nel 354 a.C., illustra e difende la propria attività didattica, a quarant’anni dalla fondazione della sua scuola.La scuola di Isocrate (una scuola superiore a pagamento aperta a tutti) è basata su un preciso programma. Dedicata alla formazione dell’oratore, essa prevede un curricolo di quattro anni durante i quali viene fornita una preparazione enciclopedica, che comprende diversi campi del sapere e al cui centro si colloca l’arte della retorica. Per l’insegnamento di questa disciplina sono fondamentali lo studio degli aspetti linguistico-grammaticali e l’imitazione: si commentano orazioni dello stesso Isocrate. Vengono coltivate anche la matematica e la dialettica come basi per la retorica.
Nella formazione generale ha una grande importanza lo studio della storia e la capacità di trarre insegnamento dall’esperienza diretta.
Il valore accordato all’esperienza fa del modello educativo di Isocrate un’anti-cipazione della pedagogia moderna e contemporanea.
L’educazione come “fatto sociale”
Come per i Greci del periodo classico (e soprattutto gli Ateniesi), anche per i Romani la vita sociale e politica è estremamente intensa. A seconda della loro condizione, i cittadini romani godono di diritti politici, partecipano alle assemblee, rivestono cariche pubbliche, scendono in guerra. Inoltre fanno parte di associazioni sorte per i più diversi motivi: un lavoro comune, il culto dedicato alla medesima divinità, il tifo per la stessa squadra di aurighi ecc.
Anche l’educazione è per i Romani un fatto sociale, che integra gli individui nella vita della città: quindi essa ha un intento civico. Il cittadino romano, infatti, deve sapersi comportare di fronte alla collettività in un modo adeguato: tutto, il modo di parlare, di camminare, di vestirsi, di arredare la casa e ricevere ospiti risponde a certe regole. Cicerone, per esempio, suggerisce al fglio Marco di essere sempre gradevole con gli altri per essere accolto in società (De Ofciis 1, 34-35).Pur condividendo la medesima preoccupazione per la formazione del cittadino, l’educazione e la cultura romana hanno un intento più pratico e meno speculativo-flosofco rispetto al mondo greco, come si comprende dai termini usati per indicare le fasi dell’educazione. I Greci, infatti, già per l’educazione dei fanciulli parlano di paidéia, che indica un’ampia e complessiva formazione culturale. I Romani, invece, usano il termine educatio per indicare la prima formazione
fnalizzata allo sviluppo delle attitudini fsiche, morali e intellettuali, mentre la formazione culturale vera e propria è rimandata agli anni successivi. È il termine humanitas, preferito da Cicerone, a corrispondere al greco paidéia, con il signifcato di un’educazione rafnata, fondata su valori morali.
L’educazione romana delle originie il mos maiorum
Sebbene Atene e Roma abbiano in comune un’intensa vita sociale e politica, le diferenze sono consistenti e possono essere ricondotte alla diversa realtà economica. Mentre in una città come Atene sono sviluppate le attività artigianali e mercantili, l’economia romana ha inizialmente soprattutto un carattere agricolo e la sua società è dominata da un’aristocrazia di proprietari terrieri. Non sappiamo molto dell’educazione romana delle origini e le informazioni che disponiamo derivano da scrittori posteriori, come Catone, Varrone, Virgilio.
In questa società delle origini predominano i valori della casa e della famiglia. L’educazione non richiede ancora un contesto specializzato, come la scuola, come accade ad Atene, ma avviene all’interno stesso della famiglia o al di fuori sulla base dell’esempio degli adulti e della trasmissione orale.
La trasmissione di valori è fondamentale. Il sentimento a cui si viene educati è quello della pietas in quanto rispetto per i genitori, gli avi, la patria e le divinità, perché in un mondo contadino anche la religione è componente fondamentale per l’identità di un gruppo. A questi valori, si aggiungono il legame con la propria terra, la dedizione al lavoro, la moderazione, il rispetto della legge e della tradizione. Sono valori più vicini all’areté di Esiodo (VIII-VII sec. a.C.), cantore del mondo contadino greco, che a quella guerriera di Omero.
Questo insieme di valori costituisce il mos maiorum, l’esempio che vienedagli antenati. E l’esempio è un elemento fondamentale dell’educazione che avviene in famiglia. La prima educatrice è la madre, anche se la donna, nella società romana è giuridicamente inferiore all’uomo e assoggettata all’autorità del marito. In caso di aiuto, la madre può ricorrere a una parente anziana, ma non a una schiava, come invece accade nel mondo greco.
Compiuti i sette anni, il bambino passa sotto la guida del padre, il pater familias, e non di un servo che funge da maestro. L’educatore è il genitore. Attraverso l’esempio fornito dal padre, il fglio impara il necessario per amministrare un’azienda agricola e partecipare alla vita pubblica frequentando il foro. Anche la prima alfabetizzazione, insieme a nozioni di agronomia e di diritto viene fornita dal padre, mentre del tutto assente è l’educazione artistico-letteraria (che invece nel mondo greco è già impartita ai ragazzi di questa età).
I giovani praticano l’educazione fsica allo scopo di irrobustirsi ed esercitarsi per la guerra.
A quattordici anni il maschio smette la “toga praetexta”, orlata di rosso e propria dell’infanzia, e indossa, nel corso di una cerimonia, la “toga libera” o “virile”, completamente bianca, acquisendo il diritto di sedere in senato per perfezionare la propria formazione politica seguendo i dibattiti dei senatori più anziani: per un anno quindi si dedica al tirocinium fori nella vita pubblica e, una volta assolto anche il servizio militare, può cominciare la carriera politica. In questo percorso viene seguito da una persona di fducia legata al padre da un legame di amicizia.
Dal 451 a.C. il punto di riferimento dell’educazione romana è rappresentato dalle Dodici tavole, lastre di bronzo esposte nel foro contenenti le leggi fondamentali della città. Esse riassumono i valori propri del mos maiorum:
• rispetto assoluto della tradizione;
• pietas, cioè l’osservanza di regole sia etiche sia religiose tramandate dalle ori-gini;
• rigore morale;
• obbedienza alla legge, basata sulla patria potestas, il potere del padre.
Tutto ciò non riguarda invece la fglia femmina, che resta in casa per imparare a svolgere, sotto la tutela della madre, i lavori domestici.
Catone e la difesa della tradizione contro la crisi repubblicana
I cambiamenti economici successivi alla seconda guerra punica (218-202 a.C.) inducono profonde modifche nella società romana: ora non è più l’agricoltura l’unica fonte di sostentamento e Roma diventa una potenza marittima e commerciale. Alla ribalta della società si afacciano nuovi ceti che non condividono più i vecchi valori incentrati sulla tradizione, come l’austerità e la legalità. Nuove ricchezze e corruzione mettono in crisi la fedeltà alla repubblica. Le stesse correnti di pensiero ellenistiche non pongono più lo Stato e la collettività al centro, ma l’uomo nella sua individualità.
Dal III sec. a.C., con la graduale espansione di Roma e un maggiore impegno in una politica che supera i confni nazionali, cambia anche l’educazione dell’età repubblicana. Le famiglie ricche afdano sempre più i propri fgli a un servo o a un liberto istruito, il pedagogus. L’educazione acquista quel carattere letterario che manterrà anche in età imperiale.
Anche l’educazione femminile risente di questi cambiamenti: le ragazze delle famiglie più elevate vengono afdate a un pedagogus per studiare, sempre in casa, canto e danza e imparare a dipingere. In età precoce, però, si sposano, passando dall’autorità del padre a quella del marito.Tuttavia, una parte della società romana si mostra ostile a questi cambiamenti e all’infuenza greca.
È questa la posizione di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), divenuto console nel 194 a.C. Per le critiche che muove alla società viene chiamato il CensoreRoma, il censore deve giudicare gli atteggiamenti non adeguati al mos maiorum).
Nella difesa dell’educazione tradizionale, Catone contrasta la tendenza che va difondendosi di afdare i giovani a precettori greci. Egli esorta a recuperare la vecchia tradizione che vede nel padre l’educatore naturale dei propri fgli e così educa personalmente il proprio fglio (anche nelle abilità tecniche e nel combattimento, ci informa Plutarco), raccogliendo nei Libri ad flium Marcum i suoi insegnamenti di agricoltura, medicina e retorica.
Catone valorizza l’ oratoria come virtù civica, ma solo in stretto legame con etica e politica. L’oratore deve essere infatti un “vir bonus dicendi peritus” (“uomo giusto, esperto nel parlare”).
La retorica non deve essere coltivata come un’arte fne a se stessa, ma deve essere uno strumento di cui il pensiero deve servirsi (“rem tene, verba sequentur”, se conosci l’argomento, le parole seguiranno spontaneamente, dice Catone).
Al mondo rurale e ai suoi ideali, Catone dedica un’altra opera, il De agricultura, nella quale contrappone il lavoro dei campi all’attività mercantile: l’oratore e il contadino potranno rendere di nuovo grande Roma.
La storia va però in un’altra direzione e le raccomandazioni di Catone, che ha gli occhi rivolti al passato e non al futuro, rimarranno inascoltate.







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